Africa: La raccolta fiscale può mettere fine agli aiuti internazionali

Africa: La raccolta fiscale può mettere fine agli aiuti internazionali

La lotta contro l’evasione fiscale delle imprese e i flussi finanziari illeciti è un fenomeno recente, tanto negli Stati Uniti e in Europa, quanto in Africa.

Ora che la crescita economica è lenta, e sembra destinato a rimanere così per il prossimo futuro, i governi che soffrono di deficit di bilancio devo ricorrere a misure che sostengono la base imponibile. Al tempo stesso, le misure di austerità di molti governi occidentali hanno fatto si che diminuisse la disponibilità ad aumentare, ed in alcuni casi anche a mantenere gli aiuti internazionali.

Quello che emerge dalla conferenza per lo sviluppo di Addis Abeba dello scorso luglio è che l’aumento della gettito fiscale nazionale, insieme a un ruolo molto più importante del settore privato, dovrà colmare la riduzione di aiuti internazionali. Di conseguenza, l’aumento della trasparenza fiscale e la riduzione dei flussi finanziari illeciti, che costano l’Africa più di $ 50 miliardi l’anno, secondo un rapporto pubblicato a febbraio da un gruppo dell’Unione Africana presieduto dall’ex presidente sudafricano Thabo Mbeki, sono state tra le soluzioni offerte ad Addis.

La legislazione in vigore Europa e Nord America impone alle imprese del settore estrattivo di pubblicare, paese per paese i rapporti di tutti i pagamenti che fanno ai governi, un sistema che si sta gradualmente estendendo ad altri settori dell’economia.

Da parte loro, alcuni governi dell’Africa sub-sahariana sono in procinto di riscrivere le leggi nazionali sui settori estrattivo, anche se resta da vedere come verranno implementate, se verranno, le nuove regole sulla trasparenza.

Nel frattempo, l’organizzazione con sede a Parigi per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha elaborato piani per combattere l’erosione della base imponibile e lo spostamento degli utili  (BEPS), misure che potrebbero impedire alle imprese il ri-instradamento dei profitti attraverso società di comodo, e richiedono lo scambio automatico di informazioni in materia fiscale fra governi entro il 2016.

Il gruppo dei paesi africani, dell’America latina e dell’Asia – conosciuto come il G77 – ha proposto di trasformare il comitato delle Nazioni Unite di esperti fiscali per farlo diventare un organismo formale di creazione di norme, formalmente prendendo il suolo dell’OCSE, a causa del fatto che loro non sono rappresentate tra i 34 paesi membri dell’OCSE. Tuttavia, la proposta è stata respinta da UE, USA e Giappone per il fatto che avrebbe rallentare il processo di riforma fiscale.

“Nessuno è in disaccordo circa la necessità di norme fiscali globali, ma su come e da chi sono redatte”, ha commentato Tove Maria Ryding direttore dell’European Network on Debt and Development (Eurodad). Il rifiuto dei governi occidentali ad accettare la richiesta è stata “una grande delusione”, dice Alvin Mosioma, direttore del Tax Justice Network Africa, anche se la sua delusione non è solo per gli Stati Uniti e i governi europei. “Non ho davvero visto molta determinazione tra i paesi in via di sviluppo per imporla all’ordine del giorno”, ma nonostante la battuta d’arresto, il fatto che la politica fiscale è parte del dibattito sul futuro dell’Africa è un passo avanti, dice.

Per Mosioma, “la più grande battaglia era nel fare si che i governi sposassero la causa della trasparenza fiscale … Ho fatto una ricerca delle risoluzioni dell’Unione Africana. Nel 2008 ci sono state forse tre menzioni sulle imposte e i flussi finanziari illeciti in tutti i documenti, 10 menzioni nel 2010 e quasi una pagina intera nel 2012 … E ‘stata una progressione graduale, “dice.

Abbinare ai contenuti del rapporto Mbeki, che cita il malgoverno, le strutture normative deboli e la corruzione di funzionari governativi, come le cause principali di flussi finanziari illeciti con la
normativa e i regolamenti necessarie a combatterli non e’ una cosa che puo accadere dall’oggi al domani.

Per il momento, almeno in molti paesi africani, in particolare quelli che sono ricchi di risorse naturali, tendono ad essere caratterizzati da autorità fiscali deboli e una implementazione lassista delle norme, in particolare quelle relative all’antiriciclaggio, rapporti società madri e figlie, e l’evasione fiscale.

Come ha detto lo stesso Mbeki ad Addis, “Molti governi lavorano su questo tema solo quando c’è pressione da parte della AUC [Commissione dell’Unione Africana].”

Mentre il Kenya è stato tolto dalla “lista grigia ‘dei paesi con un elevato rischio di riciclaggio di denaro e finanziamento del terrorismo da parte del Gruppo di azione finanziaria, che vigila sulla questione, considera ancora che il paese, insieme con la vicina Etiopia e Tanzania, paesi non-cooperativo in termini di implementazione di regolamentazione anti-riciclaggio di denaro. Sembra che gli strumenti per affrontare il denaro sporco esistano, ma che non vengano utilizzati.

La cultura della evasione

Gitahi Gachahi, l’amministratore delegato di Ernst & Young dell’ufficio dell’Africa orientale a Nairobi lamenta la cultura della evasione e la mancanza di azioni penali contro evasione fiscale.

“Non abbiamo visto le leggi per mettere gli evasori fiscali e i funzionari corrotti in galera”, dice, aggiungendo che la pratica continuerà “fino a quando le persone sanno che non saranno ritenuti responsabili”. Tuttavia, se non altro, il rapporto Mbeki è un segno importante. “Da un punto di vista puramente politico avere un documento firmato dai governi africani che afferma che si tratta di una priorità politica”, è la parte più preziosa del processo di Mbeki.”dice Mosioma.

Tutto questo mette pressione sui governi a prendere misure adeguate, ma la generale mancanza di mezzi di comunicazione e controllo della società civile in materia di politica fiscale, insieme con un continuo interscambio di soggetti tra politica e del settore privato, ha reso il processo di riforma più difficile.

A giugno, il governo del Kenya ha tranquillamente abolito una tassa del 5% sulle plusvalenze (CGT) a seguito di una reazione concertata da parte della business communiti, dopo meno di sei mesi dall’introduzione della tassa. Anche se criticato dai broker di borsa, l’introduzione della CGT sarebbe stata un piccolo passo avanti da un regime fiscale dominato dalle imposte sul lavoro che rappresentano il 50% della base imponibile del Kenya, nonostante il fatto che solo 6,5 milioni i keniani, su una popolazione attiva stimata di 22m, attualmente pagare le tasse, secondo la Banca Mondiale.

Il Kenya non è certo l’unico a dover riequilibrare suo regime fiscale, ma la mancanza di molte proteste o un dibattito nazionale sulla politica fiscale durante la stesura del bilancio di giugno, suggerisce che i giornalisti e gli attivisti della società civile hanno il loro bel da fare.

Tuttavia, il declino degli aiuti finanziati internazionali ha contribuito a mettere le tasse all’ordine del giorno dell’agenda di molti governi Africani.

Nonostante il fallimento il messaggio simbolico di Addis, lo slancio politico per trasparenza fiscale e  la fine dell’elusione fiscale delle imprese continuerà.

La sfida ora è per la volontà politica che dovrà produrre politiche adeguate.

Il fisco è stato visto per tanto tempo come un soggetto molto tecnico, ma per la prima volta vi è un chiaro riconoscimento da parte dei paesi africani del finanziamento illecito e l’effetto che sta avendo, ha commentato il diplomatico norvegese Bjørn Brede Hansen.

La domanda ora sembra essere, cosa succederà?

Sorgente: Tax can end Africa’s aid dependency – African Business Magazine

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Cristiano Volpi
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