Africa Orientale, dove la realtà si scontra con l’ambizione

Africa Orientale, dove la realtà si scontra con l’ambizione

L’Africa orientale è stata benedetta, almeno negli ultimi dieci anni, con un livello di stabilità politica che raramente si trova nel continente africano. In mezzo a questo periodo di relativa calma, la Comunità dell’Africa orientale (EAC) ha goduto di una crescita incontrollata ed un rapido progresso verso la realizzazione della sua missione di unire i suoi membri – Kenya, Uganda, Tanzania, Ruanda, Burundi e, più recentemente, Sud Sudan – in un unico stato federato.

Ma nonostante i suoi successi, il blocco può avere difficoltà a trasformare le sue aspirazioni in realtà. Il mercato comune che la EAC ha almeno  sulla carta, stabilito, si è scontrato con la mancanza di volontà dei suoi membri di giocare secondo le regole. Alcuni stati dell’EAC hanno più da guadagnare da una più profonda integrazione di altri, e con la storia della regione del dominio coloniale, pochi paesi dell’Africa orientale sono desiderosi di rinunciare alla loro sovranità conquistata a fatica. Queste preoccupazioni, insieme differenze politiche, intralceranno gli ambiziosi sforzi dell’unione per cancellare i confini che si trovano tra i suoi membri.

Analisi

I confini fisici e umani ricoprono regione dei Grandi Laghi in Africa sono forze potenti che rendono gli stati circostanti più vicini gli uni agli altri. I gruppi etnici e tribali che si stabilirono intorno al lago Victoria, molti dei quali parlano lingue simili, si sovrappongono e si mescolano a dispetto dei confini nazionali che li separano. Molti dei confini politici della regione sono stati elaborati in modo arbitrario – sono spesso il risultato di grandi negoziazioni tra le potenze europee imperiale – hanno fatto si che si rafforzasse la necessità degli stati dei Grandi Laghi a lavorare insieme per superare i loro confini.

A causa del fatto che Uganda, Ruanda e Burundi sono senza sbocco sul mare, hanno un incentivo a collaborare con i loro vicini che affacciano sul mare per ottenere l’accesso al mare. Questo ha fatto sì che, nonostante un forte desiderio di sovranità individuale, i governi della regione dipendono l’un l’altro per mantenere in salute le loro economie, indipendentemente dallo stato delle loro relazioni diplomatiche. Il Kenia, la maggiore potenza economica costiera dell’Africa orientale, è stato da molto tempo un sostenitore i una più profonda integrazione, dando un impulso agli sforzi per unire i membri della regione. Ciononostante questi sforzi hanno incontrato resistenze. Considerato però il deficit infrastrutturale nei paesi dell’Africa orientale, promuovere davanti agli investitori stranieri la regione come un come un mercato unico di oltre 146 milioni di persone, piuttosto che come relativamente piccoli stati, valeva lo sforzo.

 

Una eredità della cooperazione

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Con così tanti fattori che avvicinano gli stati della regione dei grandi laghi, non dovrebbe sorprendere che i tentativi di unire i paesi della regione siano iniziati molto tempo fa. Nel 1880, la Germania e il Belgio hanno firmato i trattati del bacino del Congo, imponendo una zona di libero scambio sulla regione. Qualche decennio più tardi, la Gran Bretagna – la maggiore potenza europea in Africa orientale – ha istituito un’unione doganale tra Uganda il Kenya e Tanganica, il precursore della Tanzania. I britannici sperarono, come con altre parti del loro impero, che i singoli paesi trasformassero l’unione doganale in un’unione politica, piuttosto che dividersi in stati indipendenti.

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Ma purtroppo non avvenne. Dieci anni dopo il tentativo di creare la prima iterazione della EAC nel 1967, gli appena divenuti indipendenti stati della Tanzania, Kenya e Uganda si separarono, aditando le differenze economiche e politiche inconciliabili. (Quest’ultime anche scatenato una guerra tra Tanzania e Uganda nel 1978.) Una delle maggiori fonti di contesa è stata la posizione dominante del Kenya nel blocco, che dal punto di vista dell’Uganda e della Tanzania avrebbe beneficiato Nairobi a loro spese. Nonostante che l’EAC abbia cercato una ridistribuzione della ricchezza all’interno del blocco per placare i suoi membri più piccoli, nessuno stato era soddisfatto dei risultati: i funzionari keniani hanno visto il programma come un onere eccessivo, mentre i loro omologhi ugandesi e Tanzaniani lo hanno visto come insufficiente. La Tanzania, nel frattempo, aveva cominciato a sperimentare il socialismo, che la hanno allontanato dalle altre economie di mercato della EAC. Presto insorsero anche incompatibilità politiche, in particolare tra la Tanzania e l’Uganda, quando si è scoperto che Dodoma ospitava ribelli che cercavano di rovesciare il governo di Kampala. Nel 1977, l’EAC era già collassato.

Ma l’EAC non chiuse i battenti. I suoi membri originali hanno firmato un nuovo trattato nel 2000, che ha riaperto l’organizzazione, con na sede ad Arusha, in Tanzania, e preparando una nuova agenda: ad attuare un accordo di libero scambio, un’unione doganale, un mercato comune, un’unione monetaria e, nel tempo, una federazione politica. Sette anni più tardi, il Ruanda e Burundi sono diventati membri il quarto ed il quinto membro della EAC, e nel settembre 2016, il Sud Sudan è stato inserito nel blocco.

 

Sulla via del successo

L’EAC ha già raggiunto molti dei suoi obiettivi. Oltre a stabilire un accordo di libero scambio e una unione doganale, il blocco ha lanciato un mercato comune nel 2010. La sua attuazione è stata difficoltosa, in gran parte a causa delle diverse vedute fra le due maggiori economie della EAC, il Kenya e la Tanzania.

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Il Kenia, con un prodotto interno lordo che lo scorso anno ha raggiunto i 63 miliardi di dollari,  è di gran lunga la maggior e più diversificata economia del blocco, un vantaggio che non ha esitato a usare nel corso degli anni a spingere per una maggiore integrazione. Come un hub fondamentale per l’export, Mombasa ospita il più grande porto in Africa orientale.  Il Kenya ha avuto anche il solido sostegno del suo vicino senza sbocco sul mare, l’Uganda, che ha pochi altri sbocchi verso i mercati internazionali. Le due maggiori città dei due paesi si trovano uno accanto all’altro, avendo un motivo in più per agire all’unisono in materia di economia e politica.

La Tanzania, tuttavia, si distingue da Kenya e Uganda sia geograficamente che politicamente. Con un PIL di $ 44 miliardi di dollari, la Tanzania è la seconda più grande economia del EAC, ma la maggior parte della sua popolazione è concentrata nella città costiera di Dar es Salaam, lontano dalla regione dei Grandi Laghi. Di conseguenza, il governo di Dodoma ha dovuto dividere la sua attenzione tra l’EAC a nord e la Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe (SADC) a sud, un blocco con il quale la Tanzania si è anche impegnato a integrarsi più profondamente. Non dovendo fare così  affidamento sulla EAC come il Kenya, l’Uganda, il Ruanda e il Burundi, la Tanzania è stata spesso il membro meno desiderosi di perseguire certi aspetti dell’integrazione.

Ma la divergenza tra Kenya e Uganda da un lato e la Tanzania, dall’altro, non è l’unica cosa che ha ostacolato il successo del blocco. Indipendentemente dal supporto teorico dei diversi stati EAC all’integrazione, i potenti interessi nazionali hanno ostacolato la sua effettiva attuazione. Ad esempio, il mercato comune, che è ancora in fase di implementazione sei anni dopo la sua creazione, è stato annacquato da eccezioni per i singoli membri. Secondo la Segreteria di EAC, ci sono più di 63 misure che sono “incompatibili con gli impegni dei membri per liberalizzare i loro servizi commerciali”, così come più di 170 esenzioni sulla tariffa esterna comune del blocco e severe restrizioni sulla circolazione dei capitali.

Eppure, l’EAC è stata molto più disposta ad andare avanti con i suoi obiettivi economici che quelli della difesa, come altre unioni economiche hanno fatto altrove. Il blocco è stato in gran parte reticenti ad assumere un ruolo nella sicurezza regionale, preferendo invece di lasciare tali questioni ad altre organizzazioni multilaterali come le Nazioni Unite e l’Unione Africana. Nel frattempo, i suoi membri continuano a sostenere l’eventuale obiettivo di diventare una federazione politica, anche se la probabilità di arrivare a buon fine è basso.

Fuori portata

Anche se ci sono molte ragioni per cui membri EAC vorrebbero creare una federazione politica, tra cui una maggiore efficienza e vantaggi economici, ci sono molti più ragioni per non procedere. L’indipendenza è una parte preziosa dell’identità nazionale di ciascun paese, reso ancora più prezioso dalla perdita della sovranità sotto il colonialismo. Nessun governo EAC rinuncerebbe facilmente a una parte del suo potere. Inoltre, le realtà politiche all’interno di ogni stato spesso impediscono una più profonda integrazione. Il presidente Ugandese Yoweri Museveni, per esempio, spinge spesso il suo governo a molestare i membri dell’opposizione; la sua incapacità di condividere l’autorità all’interno del proprio paese spesso si traduce in una mancanza di volontà di cedere il potere alle istituzioni internazionali. Il suo stile di leadership non è atipico negli altri membri di EAC sia: il presidente ruandese Paul Kagame governa anche la sua nazione con pugno di ferro. Ma ancora piu’ rilevante appare che alcuni dei motivi che portarono al crollo della EAV nel 1977 esistono ancora.Il Kenia, che ancora rappresenta un peso massimo in Africa orientale, non ha preso bene i recenti tentativi della Tanzania di accaparrarsi importanti progetti infrastrutturali nella regione, e la loro rivalità potrebbe ancora destabilizzare il blocco.

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L’aggiunta del Sud Sudan al blocco potrebbe ulteriormente complicare le cose. Le riserve di petrolio del Sud Sudan e il suo desiderio di liberarsi di svincolarsi dalle infrastrutture per l’esportazione del Sudan ha inizialmente esercitato una certa attrattiva sugli altri stati dell’EAC, ma le sue debolezze profonde e la persistente instabilità può fa si che la sua adesione porti più problemi che benefici. Ora che il Sud Sudan si è unito all’EAC, questo potrebbe sconvolgere il delicato processo di allineamento politico e di cooperazione del blocco.

Tuttavia, questi ostacoli non fermeranno i membri della EAC dal perseguire i vantaggi di una unione economica completamente sviluppata, anche se una federazione politica rimane fuori portata. Gli ideali della EAC sono ancora popolari in tutta l’Africa orientale, ed è possibile, anche se improbabile, che un’unione monetaria possa ancora essere stabilita. Dopo tutto, la regione è riuscita in passato a costruire una unione doganale e monetaria, e l’EAC ha promesso di istituire la propria unione monetaria entro il 2023. Ancora non ci sono i dettagli per comprendere a cosa l’unione potrebbe assomigliare, e non è chiaro quali benefici una moneta comune potrebbero per i membri dell’EAC diversi dal Kenya e l’Uganda. Ma a prescindere delle sue difficoltà, il blocco ha già raggiunto molto più di quanto la maggior parte delle unioni economiche in tutto il continente africano, se non del mondo.

 

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Cristiano Volpi
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Appassionato di economia, politica e geopolitica, ho deciso di creare questo sito per mostrare una diversa faccia dell'africa, un continente pieno di opportunità di business e di investimento, un continente in continuo cambiamento.

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